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GLORIA
  • S_OGGETTOperformance - foto Cristiano G. Musa
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  • Autoritratto Funebre #8/144olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre #21/144 olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre #30/144olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre #45/144olio e acrilico oro su carta cotone
  • autoritratto funebre #49/144olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre #60/144 olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre #66/144olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre #86/144olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre #94/144 olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre #95/144olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre #97/144olio e acrilico oro su carta cotone
  • Autoritratto Funebre di #109/144olio e acrilico oro su carta cotone
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  • Maschera Funebrecalco in gesso dal volto dell'artista
  • Maschera Funebreuna delle 24 candele dal calco in gesso del volto dell'artista
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federico.cozzucoli
federicocozzucoli@gmail.com
+393473327194

Durante la performance, una voce realizzata con un sintetizzatore elettronico ha recitato in più lingue la pseudo biografia dell'artista: 

"Dove e quando ha inizio la vera storia di Federico Cozzucoli? 

Nella natia città di Messina completamente distrutta dal terremoto del 1908? 
Nel suo “romanzo familiare”, che presenta grottesche vicende di ricatti ed estorsioni? 
Nel suo “mistero sessuale”, fatto di perversioni e pulsioni incestuose? 
O in una malintesa e improbabile Weltanschaung nietzschiano-wagneriana? 
In un’odissea investigativa che si snoda tra Vienna e Monaco, Parigi e Berlino, Londra e Gerusalemme, “S_OGGETTO” esplora archivi dimenticati, memorie di galleristi anticozzucoliani dell’epoca di Weimer, e si confronta con alcuni dei più brillanti critici della nostra epoca, da Achille Bonito Oliva a Philipe Daverio, da Giancarlo Politi a Massimiliano Tonelli, fino al discusso Vittorio Sgarbi. 
Il risultato è un’opera che affronta con efficacia e puntualità i molti interrogativi che dal dopoguerra sono stati al centro delle controversie tra gli storici dell’arte, professori di estetica e psicologi della forma, animati dalla volontà di scandagliare la personalità dell’artista divenuto il simbolo dell’Arte del secolo".

Da un intervista fatta all'artista Federico Cozzucoli in occasione della performance S_OGGETTO [...] In questo lavoro c’è un forte riferimento al dittatore tedesco: la performance consiste nella mia identificazione con  questa figura, che simboleggia il nostro peccato culturale originale con cui noi occidentali europei ci dobbiamo confrontare e forse non riusciamo a perdonarci, anche se non ne siamo direttamente responsabili. Io non ero neppure nato e ho vissuto questa esperienza storica attraverso le testimonianze dei miei nonni, i libri di storia e con i vari approfondimenti sul tema, oltre varie biografie sulla figura del dittatore e con grandi problemi interpretativi; l’idea di scegliere questa particolare figura è data dal fatto che rappresenta il male assoluto, non è una figura che ha delle luci come nel caso del dittatore italiano, che ha delle pesanti ombre, ma qualche luce la possiamo trovare. La riflessione ulteriore è sul popolo che ha seguito quella figura e mi sorge la domanda: è tutta colpa sua o qualche responsabilità la possiamo attribuire anche a chi lo ha seguito? Qual è la colpa del popolo? È questo il problema.

Perché lo identifichi con la tua persona? Perché è difficile giudicare gli altri, quindi identificando questo male con me stesso è come dire che devo perdonare me stesso per le MIE colpe e non attribuirne ad altri la responsabilità.

È come se ciascuno di noi fosse responsabile? Sì, in effetti sì, sono responsabile io, perché non posso dire che sia tu.

Quindi io posso interpretare la performance come una mia assunzione di responsabilità? Certo, se vuoi, oppure puoi dirmi che sono pazzo. Sono le due possibilità che l’opera offre al pubblico. L’azione all’interno di questo spazio è una moltiplicazione del mio autoritratto per 144 volte; la ripetizione è l’autoidentificazione, il credere se stessi qualcosa di forte, importante e potente. La performance pone noi stessi come oggetto di culto e rappresentazione.

È il concetto del superuomo? Sì, però è l’idea del superuomo snaturato dal suo significato filosofico originale e sfruttato come propaganda politica; è successo anche con l’opera di Wagner. Gli artisti contemporanei sono molto politicizzati, io non parteggio per nessuno e faccio politica con il mio lavoro, mi espongo in questo senso. Questo lavoro in particolare poi si sviluppa in maniera complessa esprime emotività e deve suscitare emotività nelle persone che vanno a vederlo.

Quello che tu definisci politico è quindi stimolare diversi giudizi rispetto all’opera? Si, certo. Una volta ad esempio, mi è capitato in occasione di un’esposizione di un’opera che aveva a che fare con la Morte, una persona che l’aveva vista aveva espresso un giudizio negativo, io l’ho ringraziata perché il suo giudizio aveva colto il senso del messaggio: se tu hai un problema a rapportarti con questo tema è giusto che esprima il tuo disagio. Significa che l’opera trasmette il suo messaggio.

SABRINA SABIU


Hitler, la fine del mito


Quel 29 aprile del 1945 il tambureggiare delle artiglierie sovietiche non aveva dato tregua. Per molte ore il lugubre miagolio delle Katyushe aveva preceduto le terrificanti esplosioni dei razzi. Un altro giorno di ordinaria follia si era compiuto in una Berlino in fiamme e senza speranza. 
Della composta eleganza della Unter den Linden, della vivacità del Mitte, ormai trasformato in un ribollente ridotto affidato alla difesa di ragazzini e dei vecchi del Volkssturm, rimaneva un opaco ricordo. Solo l'austerità delle colonne del Reichstag, per quanto annerite e sbrecciate, rammentava la grandezza della Germania di un tempo. 
L'atmosfera all'interno dell'ultima tana di Hitler, il bunker di cemento armato fatto scavare da Speer sotto la nuova, fastosa cancelleria del Reich millenario ormai in macerie, si era fatta surreale. 
Una cappa opprimente e calda, fatta di umido, polvere, fumo, odore di alcool mal digerito misto a sentore di benzina pervadeva gli angusti ambienti. Al frenetico vociare dei soldati, si sovrapponeva il cupo rombo dei generatori di corrente che alimentavano tremule lampade ma anche le asfittiche pompe dell'aria del Führerbunker. 
Ai secchi ordini militari facevano da contrappunto le risate isteriche del personale femminile. Alcuni erano ubriachi, altri piangevano maledicendo le scellerate scelte del passato. Qualcuno pregava. 
Uscito dal proprio alloggio in uniforme grigia, il Führer chiamò l'ufficiale d'ordinanza delle SS incaricandolo di convocare i fedelissimi per l'ultima riunione. Nascondendo la mano destra tremante dietro la schiena chiuse rapidamente la porta, rivolgendo uno sguardo fugace a Eva Braun che cercava di riposare sul divano. 
A poco a poco confluirono nella sala delle riunioni, quella con il grande tavolo ingombro di carte militari, una ventina di persone. A dispetto della presunta misoginia del Führer, fra loro vi erano diverse donne. Le addette alla segreteria, alcune cameriere, la cuoca personale e soprattutto la fedele segretaria Traudl Junge, al suo servizio fin dal 1942, alla quale la sera prima aveva dettato il testamento. 
Salutò tutti i convenuti, stringendo a ciascuno la mano. Erano presenti anche Martin Bormann e Joseph Goebbels con la moglie Magda. Accarezzando la testa del fido Blondi, l’amato pastore tedesco che gli scodinzolava accanto, rivolse a Fräu Goebbels poche parole, donandole in segno di riconoscenza il simbolo del partito in oro massiccio e smalto che si era sfilato dal bavero della giubba. 
Terminato il penoso commiato raggiunse nuovamente l’appartamento privato in compagnia di Eva. Un fiume di pensieri lo angustiava. Non voleva fare la fine di Mussolini. Nella giornata era infatti arrivata la notizia dell’esecuzione del Duce e della sua donna, Claretta Petacci. Ma soprattutto lo aveva atterrito la descrizione dell’ignobile scempio dei loro corpi a Milano. 
Non intendeva consegnare se stesso, il mito, il figlio della Germania, il fondatore del Reich millenario, al bolscevico infame. Il suicidio era la soluzione ineludibile. Aveva compreso che nessun esercito sarebbe giunto a liberarlo. Le armate che paranoicamente muoveva sulla carta non esistevano più. Erano state disfatte in Russia, si erano dissolte sulle sabbie infuocate del deserto africano, erano state spazzate dai cieli di tutta Europa, riposavano sul fondo degli oceani. 
Quale strumento per darsi agli dei? Veleno, pistola. Quale il più degno. Quale il più sicuro. Il solenne tema del Tannhäuser gli ossessionava la mente, certo il più adatto per una notte da tregenda, il più consono a descrivere l’incombente catastrofe. 
Si risolse per la pistola. Lo avrebbe fatto con la sua Walther 7,65. Con un rapido gesto afferrò l’automatica dal funzionamento perfetto. Fece scorrere il carrello, assicurandosi che il colpo fosse in canna. 
Il clangore ferrigno dell’arma parve ridestarlo. Ed Eva? Si ricordò che non era solo. Voltandosi lentamente la vide. Se ne stava rannicchiata sul divano, con quel suo elegante vestito azzurro a pois bianchi, le belle scarpine acquistate in Italia abbandonate sul cemento del pavimento. Gli occhi persi nel ricordo dei bei giorni trascorsi al Berghof, la villa sull'Obersalzberg non lontano da Berchtesgaden in Baviera. L’immagine di quei tramonti infuocati sulle Alpi Salisburghesi, ammirati dalla grande vetrata del soggiorno, si contrapponevano alla realtà fatta di grigio, freddo, suoni e visi sconosciuti. 
La donna, la sposa novella, capì che era arrivato il momento. Anch’essa doveva scegliere. Sapeva di non poter, non voler abbandonare il suo uomo. Ma la pistola no. Non ce l’avrebbe fatta a tirare il grilletto. Scelse il cianuro. Insapore, inodore, indolore. 
Frattanto nella stanza accanto, come in un sabba, coloro che ancora non erano fuggiti si erano abbandonati ad una danza sfrenata. Quasi un rito liberatorio al suono irreale di un disco, tra i fumi delle sigarette e dell’alcol. 
Hitler aprì la porta sporgendosi quel tanto necessario per dire con insolita calma “Fate piano”. Poi richiuse lentamente la porta. A quel punto il grammofono smise suonare, la gente smise di ballare, il tempo si fermò. 
Poi lo sparo. Un colpo secco rimbombò tra le forti pareti. Tutti si guardarono. Capirono che era finita. 
Otto Günsche, aiutante del tiranno e Heinz Linge, cameriere personale entrarono titubanti nella stanza. Hitler sedeva su una poltrona, il capo reclinato su una spalla, la mano destra pendeva inerte, a terra la pistola ancora fumante. Sulla tempia destra vi era un piccolo foro di color rosso vivo. 
Eva giaceva invece sul divano, esanime. Il suo esile corpo era ormai preda del silenzio della morte. 
Tutto era compiuto. La storia era ancora una volta passata fra gli uomini lasciando il suo indelebile segno.

ALBERTO MONTEVERDE
FEDERICO COZZUCOLI