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  • Genesi 19particolare della sagoma di sale - foto Susanna Beatriz Soriano
  • Genesi 19sagoma di sale - foto Susanna Beatriz Soriano
  • Genesi 19installazione - foto Susanna Beatriz Soriano
  • Genesi 19un fotogramma del film "Salò o le 120 giornate di Sodoma" stampato su una lastra di ottone
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federico.cozzucoli
federicocozzucoli@gmail.com
+393473327194

Se…
Sulla composizione "Genesi 19. Sodoma" di Federico Cozzucoli e i suoi rimandi

Se l'inflazionato motto "Per non dimenticare" bastasse a motivare (o addirittura a titolare) il collage di momenti e maniere, l'installazione sapientemente combinata, che Cozzucoli chiama "Genesi 19. Sodoma", esisterebbe sicuramente poco altro da aggiungere.

Se
da valutare, ad esempio, ci fosse soltanto la scultura in sale replicante quella sagoma dalle braccia tese arrendevolmente al cielo e geometrizzata dal dolore della morte o, peggio, dalla morte di un dolore che non potrà tornare, presente nel "Guernica" (1937) di Picasso, potrebbe – chi guarda – limitarsi a non dimenticare le atrocità di un fatto e di un’opera storica (scrive Argan: "…Guernica, che può dirsi l’unico quadro storico del nostro secolo, è tale non perché rappresenta un fatto storico, ma perché è un fatto storico"). Potrebbe ricordare che l'antico paese basco di Guernica fu devastato dai bombardamenti tedeschi filo-franchisti che hanno seminato terrore e distruzione tra i civili del luogo. Che i neri, i bianchi e i grigi usati da Picasso furono la scelta più consona alla trattazione di una morte urlante allontanata maggiormente dalla vita proprio attraverso l’assenza di colore. Che realismo e simbolismo costruiscono proporzionatamente un’opera decisa a coinvolgere direttamente chi guarda, a renderlo protagonista di un supplizio dalle dimensioni immense tipiche della pittura d’affresco all’interno delle quali l'uomo può abitare e vedere meglio. Che il misfatto rappresentato non si limitava a documentare, ma consegnava ad un eterno tempo presente il suono delle bombe, le grida della gente e le pose sofferte rase al suolo, attualizzando una ferocia umana, prima che politica.

Se da considerare, invece, esistesse soltanto la riproduzione su carta oro-iconico di un fermo immagine del "Salò o le 120 giornate di Sodoma" (1975) di Pier Paolo Pasolini, tornerebbero alla mente i gironi "MANIE", "MERDA" e "SANGUE" intorno ai quali ruota e si sviluppa la storia del film ispirato al testo di Sade. Un film, ricorderete, che narra le vicende sporche ed estreme di quattro fascisti (un duca, un monsignore, un’eccellenza e un presidente) che al fine di soddisfare i propri piaceri sequestrano giovani di entrambi i sessi per usufruirne liberamente tra le mura di una villa, durante la repubblica di Salò. Scatofagia e torture occupano lo schermo per tutta la durata della narrazione, descrivendo come l’uomo di potere possa grazie a quel potere raggiungere le profondità più oscure e inconfessabili della sopraffazione, di un comandare il corpo altrui divenuto attrezzo e mezzo per l'appagamento di desideri oltre. Religione e politica partecipano parimenti alla gestione di questo inferno carnale che oltrepassa ogni limite concepibile, abbandonandosi ad una prepotenza questa volta colorata, contrariamente a quella di Picasso. Qui le sevizie e le libertà sono chiare come la pelle e scure come le feci. Il male ha le cromie del dolore acceso messo in scena da figure che possono perdere sangue rosso, essere ferite dall’oppressione vigente che comanda e vuole illimitatamente. Similmente al lavoro di Picasso, però, esiste la volontà di rendere contemporaneo il sopruso violento dell’uomo contro l'uomo, l'abuso della parte dominante nei riguardi di quella sottomessa.

Se
da contemplare, infine, risultasse soltanto la trasformazione in sale di una figura umana, allora emergerebbe l'esclusivo rimando alla moglie di Lot, colpevole d’aver guardato indietro nonostante l'ordine ricevuto di non farlo ("Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand'ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale”).

Cozzucoli allestisce un percorso in due atti fisici (e tre mentali) capace di sunteggiare capitoli (im)portanti del vissuto umano. Potere e dittatura riemergono coerentemente da allegorie e scheletri di arti miste responsabili di messaggi autorevoli passati alla storia perché divenuti tale. Cozzucoli mischia forme e linguaggi, pittura e cinema, immagini e realtà, per conciliare fra loro metodo e messaggio.
La verità della violenza passa attraverso gli anni e il dire, tracciando un cammino che esplora esaustivamente il tema avvalendosi di tre punti cardine, tutti portati a ricordarci che quello che succede a loro, ai “raffigurati”, succede a noi.
Perché il tempo, lui, davvero non dimentica.
L'accaduto è documentato da precedenti storici competenti e qualificati, oltre i quali non serve andare.
La citazione sostituisce, quindi, qualsiasi aggiornamento di cui la memoria possa necessitare, facendo della rivisitazione criterio espressivo e procedimento d’arte.

I due "attimi" che dal passato della nostra storia Federico Cozzucoli sceglie di riproporre e rileggere, attestano l’assennata fermezza d’uso del linguaggio, la ponderata attenzione rivolta e dedicata rispettosamente a trascorsi che non smettono di scorrere. Al male subito dagli anni che sono stati e che continuano a tornare, alle perturbazioni sterminate e sterminanti che i corpi potenti scaraventano addosso a chi sta sotto secondo turni epocali che sempre presenziano allo strazio, alla strage, al massacro, alla rovina, all'eccidio e a tutti gli altri sinonimi che sappiano venirvi in mente.

O "soltanto" al dolore in genere, quello che i sinonimi li contiene tutti.

Una dimensione visiva, quella ideata da Cozzucoli, che riesce a richiamare la tirannia per eccellenza senza aggiunte gratuite o sottotitoli di troppo. Che parla servendosi del parlato messo agli atti, di un prima irrimediabile senza vie di fuga che non ha più voce, a forza di gridare.

Un prima muto, definitivamente lacerato, che insegna l'autentico ed efficace silenzio a tutti quei giorni in corso che stanno ascoltando.

Senza più ricorrere a sentenze di colpevolezza per aver guardato indietro, in direzione dell'annientamento o di ricordi spazzati via.
Senza più contorni monocromi con le bocche tenute spalancate da insidie giganti e implosioni che non implorano.
Senza altre reclusioni colorate distribuite tra efferatezze epidermiche ed organiche che uccidono la vita prima del corpo.

Con la certezza che non occorra dire di più.

Se l'inflazionato motto "Per non dimenticare" bastasse a ricordare, esisterebbe sicuramente poco altro da aggiungere…

STEFANO ELENA
FEDERICO COZZUCOLI