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IL DIALOGO
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  • Cribrovine della Chiesa di Santa Lucia - foto Matteo Campulla
  • Cribrovine della Chiesa di Santa Lucia - foto Matteo Campulla
  • Cribvideo istallazione - foto Matteo Campulla
  • Cribvideo istallazione - foto Matteo Campulla
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  • Cribvideo istallazione - foto Wake Art
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  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
  • Cribvideo istallazione - foto Paola Corrias
  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
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  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
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  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
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  • Cribvideo istallazione - foto Fabio Petretto
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  • Cribvideo istallazione - foto Davide Mocci
  • Cribvideo istallazione - foto Cristiana Sedda
  • Cribvideo istallazione - foto Cristiana Sedda
  • Cribvideo istallazione - foto Cristiana Sedda
  • Cribvideo istallazione - foto Paola Corrias
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federico.cozzucoli
federicocozzucoli@gmail.com
+393473327194
L'arte di Federico Cozzucoli si configura tra pittura e cinema e la sua video installazione Crib ne è una dimostrazione evidente. Cozzucoli incrocia, infatti, due film assai diversamente memorabili sulla storia di Cristo: Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, 1964, e The Passion di Mel Gibson, 2004; sovrapponendo i due file li scompagina, li “distrugge”, da buon video artista ne fa materiale per una nuova creazione drammatica. L'annullamento della narrazione fa spazio a immagini fantasmatiche con ombre e colori rinnovati, mentre le figure sono appena comprensibili in giochi di rimandi perturbanti. Il Vangelo di Pasolini è il testo più “forte”, a questo si è consegnato il colore oro, che ricorda le cornici delle pitture gotiche, alternato a un seppiato “innaturale”. Su tutto si stende ogni tanto la tinta azzurrina, anch'essa tipica della iconografia cristiana, la quale lascia spazio a riconoscibili tratti di cielo, nonché alla luna “nuda” come nella Salomè di Oscar Wilde, l'astro sotto cui è passata tutta la storia dell'uomo.
Del capolavoro di Pasolini, poi, a tratti, appaiono improvvisamente i volti straordinari dei protagonisti e delle comparse, anch'essi, già nella mente del regista evocanti figure provenienti direttamente dalla storia dell'arte italiana classica, ma, nello stesso tempo, scelti tra il sottoproletariato romano che, già in quei primi anni sessanta, stava per essere cancellato dal “dopostoria”. Per Cozzucoli, forse, si parte da questo, un'impossibilità assoluta nel mondo contemporaneo non solo di riflettere, ma neppure di poter ascoltare le parole pesanti del Vangelo di Matteo, per cui i visi dei non attori pasoliniani sono gli unici destinati a sopravvivere alla cancellazione di un tentativo eccelso e non retorico di parlare della vita di Gesù. L'unica probabilità è una sorta di caos ordinato dove lo spettatore deve avere la curiosità per pochi minuti, per più tempo, per due ore di trovare dei “varchi” in quello che è stato uno spettacolo, una narrazione. Qualche fotogramma, così, ne contiene un altro e poi si ripete, soprattutto nella parte finale della Crocifissione, dove i due film, curiosamente viaggiano in perfetta combinazione fino all'annuncio della Resurrezione. D'altronde, la morte di Cristo risulta l'elemento fondamentale di ambedue i film: per Pasolini l'umanizzazione del divino sta in quelle scene cruente, per la prima volta mostrate sul grande schermo per tale argomento, e nell'identificazione del patimento dell'ingiustizia, ponendo come paradigma la scelta della vera madre Susanna come interprete della Madonna addolorata. Per Gibson la pellicola è un'esibizione di una ignobile tortura infinita, che ha il suo momento terribile nell'affaccendarsi, ai piedi del Cristo, di una sequela di aguzzini senza pietà. L'avvicendarsi dei due lungometraggi, inoltre, ha un senso nella comune location di Matera, per cui i panorami sono intercambiabili, anche se la Matera del 1964 di Pasolini (“le panoramiche sui vicoli di calce pura /porosa, coi fili di sole ardente sui profili, /e i vuoti d'ombra da grande Impressionista, ronzante d'azzurro...) è, comunque, differente da quella recuperata, seppure splendidamente, al mondo turistico di Mel Gibson.
Il film scorre e si incendia, evocando le fiamme di certi quadri di Francis Bacon, ma le presunte lingue di fuoco non bruciano, in questo caso, una rappresentazione del Potere, ma evidenziano, ancora una volta, l'incapacità di attenzionarsi a messaggi profondi, a dubbi, a riflessioni. Per questo motivo, il sonoro è un brusio confuso: l'audio delle due opere si intreccia con il racconto in latino di Matteo e la non lingua che ne deriva è priva di qualsiasi tentativo di comunicazione.
La “distruzione” e la “ricreazione”, questa video installazione non priva di un senso di speranza, almeno nella cultura, trova, inoltre, una collocazione adeguata in una zona di Cagliari particolare, nel quartiere della Marina, attraversata da fantasmi di distruzioni, appunto, che evocano i devastanti bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma anche di reali recuperi archeologici, a cercare in un'ennesima contaminazione, anche architettonica, il senso della creazione artistica.

ELISABETTA RANDACCIO
FEDERICO COZZUCOLI